Il dente devitalizzato è tossico? No.

Dr. Ernesto Bruschi · · 17 min di lettura
Dente devitalizzato tossico — Charles Horace Mayo, pioniere della teoria delle infezioni focali

In breve — Nel 1910 Charles Mayo ipotizzò che infezioni nascoste nei denti causassero malattie sistemiche. L’idea portò all’estrazione di milioni di denti sani. Weston Price sembrò confermarlo con esperimenti sui conigli, ma i suoi studi mancavano di controlli e furono confutati già negli anni ‘30. Oggi la scienza è chiara: la terapia canalare eseguita correttamente non causa malattie. Il problema è l’infezione che resta quando il trattamento si fa male. La soluzione non è estrarre: è curare bene.

Summary (EN) — In 1910 Charles Mayo hypothesized that hidden dental infections caused systemic diseases, leading to millions of unnecessary extractions. Weston Price seemed to confirm this with rabbit experiments, but his studies lacked controls and were debunked by the 1930s. Modern science is unequivocal: properly performed root canal therapy does not cause systemic disease. The real issue is untreated apical infection. The solution is not extraction — it is good endodontics.

Charles Horace Mayo. Fotografia di W.J. Hoseth. Wellcome Collection, Public Domain.

Cleveland, 1910. Un medico elegante, di quelli che parlano piano e citano molto, sale sul palco della sezione di medicina interna dell’American Medical Association e dice una cosa che cambierà la vita di milioni di persone. Si chiama Charles Mayo. Il fondatore della clinica che porta il suo nome. E dice, più o meno, che molte delle malattie che non riusciamo a curare — l’artrite, la nefrite, certi disturbi del cuore, alcuni esaurimenti nervosi — potrebbero nascere da focolai di infezione nascosti nel corpo. Le tonsille. L’appendice. E, soprattutto, i denti.

Il pubblico applaude.

In fondo, è la stessa cosa che dico io stesso, insieme a tanti stimati colleghi. Ma la prospettiva è diversa. Con le conoscenze e gli strumenti di oggi è possibile curare quei denti e ricorrere all’estrazione solo in casi estremi.

Qualche anno dopo, un dentista canadese di nome Weston Price raccoglie l’idea e le dà gambe. Estrae denti devitalizzati da pazienti malati, ne tritura i frammenti, li inietta sottopelle ai conigli. I conigli si ammalano. Nel 1923 pubblica i risultati in due volumi: Dental Infections, Oral and Systemic e Dental Infections and the Degenerative Diseases. Più di mille pagine di evidenze sperimentali.

Copertina di "Dental Infections, Oral and Systemic" di Weston A. Price, 1923. Internet Archive, Public Domain.

È l’atto di nascita della teoria delle infezioni focali. E purtroppo, anche l’inizio di uno dei più grandi massacri iatrogeni del Novecento. Non per colpa di Price — che, come vedremo, era più prudente di chi lo avrebbe citato — ma per colpa di chi trasformò un’osservazione clinica in una sentenza universale.


La grande ondata di estrazioni

Tra il 1920 e il 1940 vennero tolti milioni di denti sani. Non per carie, non per infezioni, non per dolore. Per prevenzione. Perché un internista aveva chiesto al dentista di estrarre “tutti i denti devitalizzati, e anche quelli sospetti”, nella speranza che l’artrite reumatoide della paziente migliorasse. O la depressione. O l’ulcera. O la sclerosi multipla. Interi quadranti venivano “bonificati”, intendendo con questo termine l’estrazione di tutti i denti.

Tanti bambini persero i primi molari permanenti precocemente perché il pediatra temeva una futura endocardite. Vennero eseguite estrazioni totali profilattiche su persone di trentacinque anni.

Non funzionò. Le malattie non guarirono. Le protesi totali, in un’epoca senza implantologia, condannarono milioni di persone a una vecchiaia masticatoriamente mutilata.

Qualcuno, intanto, cominciava a guardare meglio i conigli di Price.

Nel 1927 le sue tecniche batteriologiche erano già sotto accusa. Negli anni Trenta, Cecil e Angevine pubblicarono un lavoro su 200 casi di artrite reumatoide e non trovarono alcun beneficio costante dalla tonsillectomia o dall’estrazione dei denti. Cecil, che era stato uno dei sostenitori della teoria, cambiò idea e scrisse una frase che dovrebbe essere appesa nelle aule di ogni scuola di medicina: la focal infection è un esempio splendido di una teoria medica plausibile che rischia, per colpa dei suoi sostenitori entusiasti, di essere convertita nello status di fatto accettato.

Nel 1940, Reimann e Havens pubblicarono la recensione critica definitiva sul Journal of the American Medical Association. Nel 1951, il Journal of the American Dental Association dedicò un numero intero alla questione. Verdetto: studi fatti male, controlli assenti, inoculi massivi che non rappresentavano nulla di fisiologico, contaminazione dei campioni durante l’estrazione. La teoria era morta.

O almeno così sembrava.

Il vero messaggio di Weston Price

Le affermazioni di Price sono state travisate e semplificate, come spesso accade quando un’idea complessa incontra un pubblico che cerca risposte semplici.

Price scrisse: “Non affrettatevi a concludere che tutti i denti devitalizzati debbano essere estratti.”

Più volte affermò che la decisione di mantenere o estrarre un dente trattato endodonticamente dovesse dipendere dall’efficienza del sistema immunitario del paziente e dalla sua storia familiare. Scoprì, per esempio, che il 25% dei pazienti con anamnesi priva di malattie degenerative e con un’ottima risposta immunitaria non sviluppava patologie sistemiche indipendentemente dalle condizioni dentali.

Il punto, però, è un altro. Ed è un punto che cambia tutto.

All’epoca di Price — e fino a ben oltre la metà del Novecento — i trattamenti endodontici erano primitivi. Senza diga di gomma, senza strumenti rotanti in nichel-titanio, senza microscopi, senza cone beam. Le lime erano rigide, le irrigazioni insufficienti, le otturazioni canalari approssimative. La grande revisione sistematica di Ng et al., che ha analizzato 63 studi dal 1922 al 2002, stima tassi di successo fra il 68% e l’85% con criteri radiografici stretti1 — e soprattutto nota che quei tassi non erano migliorati in cinque decadi. Prima degli anni Sessanta, la percentuale era certamente molto più bassa. In pratica, la maggioranza dei denti “devitalizzati” dei tempi di Price erano davvero colture batteriche. Price non aveva torto nel descrivere ciò che vedeva. Aveva torto chi proponeva l’estrazione come unica soluzione.

Oggi il panorama è un altro. Con gli strumenti rotanti in nichel-titanio, i microscopi operatori, la CBCT, i materiali bioceramici e i protocolli di irrigazione moderni, i tassi di successo dell’endodonzia superano il 90% (e in mani esperte si avvicinano al 95%). La percentuale di denti trattati che ospita ancora batteri si è ridotta drasticamente. Quei denti — pochi — vanno sicuramente ritrattati o estratti. Tutti gli altri non comportano alcun rischio per la salute.


Il ritorno

Nel 1994 un dentista californiano, George Meinig, uno dei fondatori dell’American Association of Endodontists, pubblicò un libro dal titolo perfetto per un thriller: Root Canal Cover-Up. Il cover-up, il complotto. La grande occultazione. Meinig rispolverava Price, ne rilanciava le tesi e le confezionava per un pubblico generalista.

Ma chi era e cosa disse davvero Meinig?

Originario di Chicago, capitano nell’esercito durante la Seconda guerra mondiale, poi dentista delle star a Hollywood, dove gestì lo studio dentistico della Twentieth Century Fox. Fu uno dei 19 fondatori dell’American Association of Endodontists (AAE). Fellow dell’American College of Dentists e dell’International College of Applied Nutrition. Per 17 anni scrisse una rubrica settimanale di nutrizione per l’Ojai Valley News. Nel maggio 1993, al cinquantesimo anniversario dell’AAE, fu onorato come uno dei soli quattro fondatori ancora in vita.

Meinig entrò in possesso dei volumi della ricerca originale di Weston Price e dichiarò di esserne rimasto “terribilmente turbato e scosso” — disse di essere “allibito” che in 47 anni di professione nessuno glieli avesse mai mostrati. Nel giugno 1993, a 47 anni dalla fondazione dell’AAE, pubblicò il libro Root Canal Cover-Up.

La tesi centrale del testo di Meinig è che la terapia canalare lascia nel corpo un “organo morto infetto”. Le “tre miglia complessive” di tubuli dentinali di ogni dente non possono essere raggiunti dagli strumenti né sterilizzati da alcun protocollo. I materiali da otturazione come la guttaperca si restringono e creano micro-perdite, sigillando rifiuti metabolici tossici. I batteri intrappolati nei tubuli possono percolare e raggiungere altri organi, ghiandole o tessuti, innescando nuove infezioni — riprendendo di fatto la vecchia teoria dell’infezione focale di Price.

Tuttavia, lo stesso Meinig inserì in apertura del libro questa avvertenza: le malattie degenerative osservate negli studi di Price “…derivano comunemente da infezioni diverse da quelle intorno ai denti, e sono anche comunemente dovute anche a carenze nutrizionali e/o eccessi e all’ampia gamma di individualità biomeccanica che esiste…” In pratica, ammise che le patologie che attribuiva ai canali avevano comunemente anche altre cause — nutrizionali, infettive, individuali.

Meinig basava tutto sulla ricerca di Price degli anni ‘20: estrarre denti trattati da pazienti malati e impiantarli sotto la cute di conigli, osservando che i conigli si ammalavano. Ma quegli esperimenti mancavano di gruppi di controllo, usavano dosi batteriche eccessive, e la contaminazione durante l’estrazione era inevitabile. Già negli anni ‘30 studi meglio disegnati non trovarono alcun legame tra denti trattati endodonticamente e malattie sistemiche. La stessa AAE che Meinig contribuì a fondare oggi afferma che la terapia endodontica ha un tasso di successo del 90-95%, e la Division of Scientific Affairs dell’ADA conferma che “Il trattamento endodontico eseguito da medici qualificati non causa malattie sistemiche.”

Meinig è presentato dai “dentisti biologici” come un apostata coraggioso. Ma le sue stesse parole lo tradiscono: il disclaimer ammette la multifattorialità, il libro non contiene ricerca originale ma solo una rilettura divulgativa di Price, e la conversione avvenne non per evidenze cliniche nuove ma per la lettura tardiva di studi vecchi di 70 anni.

Il documentario di Netflix

“Root Cause” è un documentario del 2019, diretto da Frazer Bailey, che ha avuto una vita breve su Netflix. La tesi è semplice e antica: i denti devitalizzati sarebbero la causa nascosta di malattie cardiache, cancro, affaticamento cronico. Bailey racconta la propria storia — anni di malessere, la ricerca di risposte — e la trova in una “terapia canalare” fatta anni prima. Il documentario mescola narrazione personale e interviste a figure come Weston Price e i suoi eredi intellettuali, costruendo un racconto che ha la struttura emotiva di una rivelazione. Il problema è che quella rivelazione non poggia su nulla di veramente solido.

Certamente, la vicenda personale della malattia di Bailey potrebbe essere ricondotta al trattamento dentale. Tuttavia, un trattamento sbagliato non può annullare tutti quelli corretti. Affermare che tutti i trattamenti endodontici sono pericolosi perché poi il dente è “morto” è scorretto e inesatto. Al contrario, è necessario ribadire che i trattamenti endodontici devono essere ricontrollati e monitorati nel tempo, come qualsiasi terapia. E sarà indispensabile intervenire nuovamente, anche con eventuale estrazione dell’elemento, qualora si evidenzino segni clinici o radiografici di infezione residua.

La comunità scientifica ha reagito con fermezza insolita. L’American Association of Endodontists, l’American Dental Association e l’American Association for Dental Research hanno pubblicato dichiarazioni congiunte chiedendo la rimozione del film.

Dico la mia. È stata una mossa sbagliata, corporativa. La libertà di espressione non deve mai essere messa in discussione. Anche se qualcuno ha idee diverse e con ogni probabilità incorrette, deve poterle esprimere liberamente.

Ho visto il documentario. Ritengo che sia ben fatto, dal punto di vista cinematografico. Credo che la storia personale del regista possa essere stata influenzata davvero dal dente mal curato. Tuttavia, devo affermare con forza che non si può fare di ogni erba un fascio. Un endodontista attento e onesto avrebbe trattato il dente del regista in modo congruo. Se, nel tempo, fosse stato controllato dai medici giusti, il problema dentale sarebbe stato certamente eliminato. E, con esso, tutte le sue conseguenze.

Il messaggio sbagliato

In Italia il messaggio arriva così, tradotto male, mescolato a immagini di denti estratti fotografati su tavoli di cucina, con didascalie in inglese che fanno esotico.

Viene condiviso in gruppi e canali che raccolgono molti pazienti e dentro quei gruppi circolano frasi che fanno sobbalzare chiunque abbia studiato un minimo di immunologia. Il titanio come aptene che cortocircuita il meridiano. La sindrome ASIA (di Shoenfeld) applicata a qualunque impianto tranne quelli in Zirconia. Questi ultimi, che possono essere ottimi ma pongono altre problematiche, ovviamente sono proposti dai nostri “eroi” come l’unica soluzione possibile.

Il dente devitalizzato come fonte di tossine, indipendentemente da qualsiasi reale valutazione clinica e radiografica, è uno degli snodi centrali di queste chiavi di lettura.

Ho il massimo rispetto per le opinioni di chiunque. Quello che però non tollero molto è quando qualcuno approfitta delle paure dei pazienti.

Sono persone che stanno male davvero, che hanno cercato per anni una causa ai loro sintomi e che hanno trovato, finalmente, una spiegazione causa-effetto: il colpevole è quel dente. Quell’impianto. Quell’otturazione in metallo. E la cura è semplice come estrarre il dente o rimuovere l’impianto. Peccato che poi il sintomo non passi mai, o si ripresenti dopo poco.

La verità è che i sintomi dei pazienti sono sempre riconducibili a dati obiettivi, come infezioni dovute a devitalizzazioni errate o impianti malposizionati con peri-implantite. Scomodare teorie fantasiose per spiegare malanni facilmente individuabili e risolvibili con la medicina basata sulle evidenze rappresenta un danno, in primis verso i pazienti.

La teoria delle infezioni focali: cent'anni in una linea — dal discorso di Mayo (1910) ai gruppi Facebook (2026).


Cosa dicono davvero i dati

Qui viene la parte che i documentari non fanno mai vedere, perché richiede pazienza. Richiede di tenere insieme due frasi che sembrano in contraddizione, e di capire che non lo sono.

Prima frase. La terapia canalare, eseguita correttamente, non causa malattie sistemiche. Questo è stato misurato. Il più grande studio prospettico mai fatto sul tema — l’ARIC, Atherosclerosis Risk in Communities, pubblicato sul Journal of Public Health Dentistry — ha seguito 6.638 persone per quasi sedici anni, registrando eventi coronarici, ictus, scompenso cardiaco, trombosi venose. Risultato: nessuna associazione tra l’aver fatto un trattamento endodontico e l’aumento del rischio cardiovascolare. Nessuna.2

Seconda frase. La parodontite apicale non trattata, cioè l’infezione che si annida intorno all’apice di un dente mal curato o non curato, ha qualche segnale di associazione con malattie cardiovascolari e con l’infiammazione sistemica. Questo lo dicono lo studio finlandese Corogene, pubblicato sul Journal of Dental Research3, lo studio svedese PAROKRANK, pubblicato sul Journal of Endodontics4, e diverse revisioni sistematiche più recenti.

Le due frasi, messe insieme, ribaltano esattamente la narrazione dei “denti tossici”. Perché dicono una cosa sola: il problema non è il trattamento canalare. Il problema è l’infezione che resta quando il trattamento non si fa, o si fa male. La soluzione, quindi, non è estrarre. La soluzione è curare bene. Fare canalari corretti, con la diga, con i microscopi, con gli aghi giusti, con i sealer giusti, con i tempi giusti. E, quando serve, rifarli.

C’è una differenza abissale tra “il dente devitalizzato avvelena il corpo” e “l’infezione apicale cronica è un focolaio infiammatorio che vale la pena trattare”. La prima è superstizione travestita da scienza. La seconda è buona endodonzia dal 1940 in poi. I “biologici” mescolano le due cose e vendono la confusione come rivelazione.


La cosa più difficile da dire a un paziente

Nel mio studio arrivano, ogni tanto, pazienti che portano stampata una lista di articoli presi dai gruppi Facebook. Qualcuno chiede di farsi estrarre denti devitalizzati perfettamente asintomatici, radiograficamente in ordine, a distanza di vent’anni dal trattamento. Qualcuno ha già trovato chi gliel’ha fatto.

Il punto è che il dente devitalizzato non è un dente morto. Questa è forse la bugia più pesante di tutta la narrazione biologica, e anche la più facile da smontare. Un dente trattato endodonticamente è privo di polpa, certo. Ma ha ancora il suo legamento parodontale, vascolarizzato, innervato. Ha ancora il suo osso attorno, che si rimodella. Ha ancora il suo cemento radicolare, vivo. Partecipa alla propriocezione, alla masticazione, alla stabilità dell’occlusione. Un dente senza polpa non è un cadavere. È un dente che ha perso un organo interno — il parenchima pulpare — ma che continua a vivere attaccato al corpo. Esattamente come una persona a cui hanno asportato l’appendice non è un cadavere ambulante.

Chiamarlo morto è un trucco retorico. Serve a far scattare, in chi ascolta, la vecchia e potente associazione morto = putrefazione = veleno. È lo stesso meccanismo che cent’anni fa, semplificando Price ben oltre le sue intenzioni, convinse migliaia di medici a far estrarre milioni di denti curabili.


Cent’anni dopo

La cosa più sorprendente, se si guarda bene, è che non è cambiato quasi niente. Gli argomenti sono gli stessi del 1920. Le metafore sono le stesse. Perfino le immagini — i denti estratti, messi in fila, fotografati con le radici annerite, le frecce che indicano la black bacterial infection — sembrano uscite da un volume di Price, solo un po’ più nitide.

È cambiato il mezzo. Non più le conferenze mediche, ma i gruppi Facebook. Non più i libri da mille pagine, ma i reel di un minuto. La velocità è aumentata, la verifica è crollata. E il risultato è che in Italia, nel 2026, ci sono persone che si fanno estrarre denti sani perché hanno visto un video.

A un dentista serio, oggi, tocca fare una cosa che non gli hanno insegnato all’università. Tocca, ogni tanto, sedersi di fronte a un paziente spaventato e raccontargli la storia di Weston Price. Raccontargli di Cecil, di Reimann, di Grossman. Raccontargli che nel 1951 il JADA pubblicò un numero intero per dire che quella teoria era sbagliata. Raccontargli dei 6.638 americani dello studio ARIC. Raccontargli che la parodontite apicale va curata, non alimentata dalla paura di curarla. Raccontargli che il legame tra bocca e salute generale esiste davvero — ma va letto con gli strumenti giusti.

E poi, alla fine, tocca anche dirgli la cosa più difficile. Che se ha dei sintomi che nessuno sa spiegargli — le vertigini, le palpitazioni, l’ansia, il dolore diffuso — quei sintomi sono veri. Meritano un medico che li ascolti. Forse tanti medici. Ma non meritano di essere spiegati con un dente.

Perché il dente non c’entra. E ogni volta che diciamo a un paziente che c’entra, gli stiamo rubando del tempo. Tempo che potrebbe passare a cercare la causa vera.


Bibliografia essenziale

Footnotes

  1. Ng YL, Mann V, Rahbaran S, Lewsey J, Gulabivala K. Outcome of primary root canal treatment: systematic review of the literature — Part 2. Influence of clinical factors. Int Endod J. 2008;41(1):6–31. doi:10.1111/j.1365-2591.2007.01323.x. PubMed

  2. Cowan LT, Lakshminarayan K, Lutsey PL, Beck JD, Offenbacher S, Pankow JS. Endodontic therapy and incident cardiovascular disease: The Atherosclerosis Risk in Communities (ARIC) study. J Public Health Dent. 2020;80(1):79–91. doi:10.1111/jphd.12353. PubMed

  3. Liljestrand JM, Mäntylä P, Paju S, Buhlin K, Kopra KAE, Persson GR, Hernandez M, Nieminen MS, Sinisalo J, Tjäderhane L, Pussinen PJ. Association of Endodontic Lesions with Coronary Artery Disease. J Dent Res. 2016;95(12):1358–1365. doi:10.1177/0022034516660509. PubMed

  4. Sebring D, Buhlin K, Lund H, Norhammar A, Rydén L, Kvist T. Endodontic Inflammatory Disease and Future Cardiovascular Events and Mortality: A Report from the PAROKRANK Study. J Endod. 2024;50(8):1073–1081. doi:10.1016/j.joen.2024.05.003. PubMed

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