La storia di Francesco
In breve — La storia di Francesco: estrazioni dentali durante il servizio militare per evitare l’arruolamento, poi decenni di protesi difettose e ponti compromessi. Una rinascita grazie al bonebending rigenerativo che ha ricostruito l’osso alveolare perso, restituendogli denti naturali e dignità.
Summary (EN) — Francesco’s story: tooth extractions during military service to avoid conscription, then decades of defective prosthetics and compromised bridges. A rebirth through regenerative bonebending that rebuilt lost alveolar bone, restoring him natural teeth and dignity.
Il ragazzo che perse il sorriso
Francesco era solo un ragazzo quando fu chiamato alle armi per il servizio di leva. Era bello, biondo e con gli occhi chiari. E aveva un sorriso luminoso, pieno di vita.
Avrebbe evitato volentieri il servizio militare. Era corteggiato dalle ragazze e aveva già trovato un buon lavoro. Lo vedeva come una perdita di tempo prezioso.
Francesco incontrò per strada il dentista del paese e, parlando del più e del meno, egli raccontò anche questa sua preoccupazione al “dottore”. E quest’ultimo non si fece scappare l’occasione: “Vieni da me. Ti tolgo qualche dente. Ti dichiareranno inabile al servizio militare e poi te li rimetto più belli di prima!”
E fu così che il nostro Francesco perse gli incisivi superiori.
Sfortunatamente, il medico militare che lo visitò successivamente si rese conto delle recenti estrazioni e della logica malsana che le aveva causate. Francesco era un ragazzo molto prestante fisicamente e divenne presto un bravo soldato, anche senza denti.
Dopo i tre mesi del C.A.R. (Centro Addestramento Reclute), fu destinato a una caserma di Cuneo. Qui, la sua vita prese una piega inaspettata grazie all’incontro con un medico militare di buon animo, il quale si dedicò a trovare una soluzione per il suo problema. Con i pochi mezzi a disposizione, realizzò per lui una protesi rimovibile dotata di ganci, un dispositivo semplice che migliorò la sua qualità della vita e gli permise anche di tornare a mangiare quasi normalmente, restituendogli una parvenza di normalità e un senso di autonomia che pensava di aver perso per sempre.
Francesco si sentiva prigioniero in caserma. Non vedeva l’ora di tornare alla sua vita.
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](Foto di Simon Infanger su Unsplash )
Quando, finalmente, poté rientrare a casa, andò subito a cercare il “dottore” che gli aveva promesso di poter rimediare alla mutilazione con dei denti “più belli di prima!”. E i denti più belli di prima erano un ponte (fisso) che si ancorava ai denti residui.
Francesco per alcuni anni indossò questo ponte, e poi un secondo perché alcuni dei denti pilastro che sostenevano il primo furono colpiti da carie secondaria. A questo punto, tutti i denti superiori di Francesco erano dei ponti o delle corone (volgarmente “capsule”) in oro e resina.
Nel corso del tempo, egli si rese conto della cattiva scelta fatta all’epoca del servizio militare.
L’incontro e la rinascita
Quando lo visitai, ormai pensionato e con figli grandi, mi raccontò con rammarico tutta la vicenda dall’inizio. Si vergognava e non era contento della sua situazione attuale: il ponte aveva subito numerose riparazioni e ormai non si reggeva più in modo affidabile e l’estetica era irrimediabilmente compromessa. E ricordo che lo rassicurai dicendo che (come infatti è) avevo già efficacemente curato persone con una storia analoga. Perdi più, Francesco è un uomo con una vitalità fuori dal comune ed ero certo che la sistemazione dei denti avrebbe comportato per lui una vera rinascita. Lo immaginavo già con i nuovi denti e con una rinnovata capacità relazionale.
Dal punto di vista tecnico il problema era avere dei pilastri fissi sui quali poggiare il nuovo restauro. Le estrazioni traumatiche e il tempo avevano ridotto l’osso residuo, indispensabile per poter ancorare degli impianti in titanio, a una struttura esile, troppo sottile. E, nei settori posteriori, le infezioni ricorrenti dei denti ormai rovinati in modo irrimediabile avevano ridotto la dimensione dell’osso alveolare sia in senso verticale (al di sotto del seno mascellare), sia in senso orizzontale (dal lato della guancia).
Si trattava di uno di quei casi che molti colleghi definiscono “gravemente atrofici”, termine che vuole indicare un’assenza di ancoraggio osseo adeguato per gli impianti. Tuttavia, tale dicitura si usa troppo spesso per giustificare degli approcci efficaci ma molto invasivi. I casi veramente “gravemente atrofici” sono pochi e in molti di questi è preferibile usare un approccio rigenerativo. E così ho fatto io per Francesco.
Gli dissi: “Non ti preoccupare, dammi un po’ del tuo tempo e tornerai come nuovo. La vita ha un modo tutto suo di rinnovarci, di farci ricominciare da capo e di regalarci nuove opportunità. E io ricevuto il dono di incontrarti per poterti dimostrare che questo è possibile.”
Il risultato
Sei mesi più tardi Francesco aveva risolto il suo problema. Ora sono passati otto anni e ci vediamo solo per i controlli periodici con me e con l’igienista dentale. E lui è molto bravo nel mantenimento d’igiene domiciliare.
Queste sono le vere soddisfazioni del nostro lavoro.

Se sei un/una collega interessato/a agli aspetti tecnici del lavoro eseguito con Francesco, ti puoi iscrivere alla nostra community seguendo il link in fondo alla pagina!
Domande frequenti
Quando è appropriato il bonebending rigenerativo in casi di atrofia severa? Il bonebending rigenerativo è indicato in praticamente tutti i casi di atrofia moderata-severa per la minore invasività. Nella stragrande maggioranza dei casi, consente di espandere l’osso residuo e inserire impianti, evitando approcci estremamente invasivi in due tempi con grandi innesti.
Quanto tempo impiega la guarigione nel bonebending rispetto ai trattamenti tradizionali? Il bonebending permette una guarigione più rapida: 4-5 mesi dal primo intervento al carico protesico definitivo, contro i 10-12 mesi della GBR in due tempi. Inoltre consente l’inserimento contestuale dell’impianto nella stessa seduta.
L’osso rigenerato dal bonebending rimane stabile nel tempo? Sì. L’osso espanso è osso vitale vascolarizzato biologicamente attivo. Non necessita di “integrazione” come i biomateriali. L’osseointegrazione avviene immediatamente in osso vivo, garantendo risultati predicibili e stabili nel tempo.
Quali sono i vantaggi psicologici del bonebending per il paziente? Il paziente esce dalla seduta unica con l’impianto già inserito, spesso con gonfiore minimo e dolore trascurabile. Questo differisce radicalmente dal paziente che deve sopportare edema e disagio post-operatorio significativi, tornando invece a lavoro il giorno dopo.
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